Come fatturare i pagamenti Stripe in Italia
Stripe incassa ma non fa la fattura elettronica. Cosa emettere per ogni pagamento, dalle aziende ai privati agli abbonamenti, e come gestire i rimborsi.
19 ottobre 2026
Stripe è il modo più comodo per farsi pagare online: un link, un checkout, un abbonamento che si rinnova da solo. Il denaro arriva, ma per il fisco italiano ogni incasso va documentato, e Stripe in questo non ti aiuta. La domanda che si fanno tutti, prima o poi, è sempre la stessa: per questo pagamento devo fare la fattura$1 E a chi$2
La risposta dipende da chi ha comprato. Vediamo i casi uno per uno, poi abbonamenti, rimborsi e quello che succede con i soldi che arrivano in banca.
Stripe non fa la fattura elettronica
Stripe può mandare al cliente una ricevuta via email, e con Stripe Invoicing può anche generare una "fattura" in PDF. Nessuno dei due documenti è però una fattura elettronica valida in Italia. Dal 2019 la fattura tra soggetti italiani è un file strutturato che passa dal Sistema di Interscambio dell'Agenzia delle Entrate: un PDF mandato per email, per quanto curato, non ha valore fiscale.
Per questo chi incassa con Stripe deve comunque emettere i documenti da un'altra parte: il software di fatturazione, il gestionale del commercialista, o a mano. Il problema è che i pagamenti nascono in Stripe e i documenti altrove, e qualcuno li deve ricopiare.
Chi compra decide il documento
Un'azienda o un professionista con partita IVA italiana riceve sempre la fattura elettronica, intestata alla sua partita IVA. La fattura immediata va emessa entro dodici giorni dall'operazione, e per un pagamento anticipato l'operazione è il pagamento stesso. Per farla servono i dati del cliente: ragione sociale, partita IVA, indirizzo, e il codice destinatario o la PEC, che Stripe raccoglie solo se glieli chiedi nel checkout.
Un privato che chiede la fattura la riceve, intestata al suo codice fiscale. Il privato la trova poi nella sua area riservata dell'Agenzia, ma gliene va data anche una copia, in PDF via email o su carta, a meno che non vi rinunci. La richiesta deve arrivare entro il momento del pagamento: per questo conviene mettere nel checkout un campo facoltativo per il codice fiscale.
Un privato che non chiede la fattura è il caso più frequente, e quello che crea più dubbi. Se vendi online un prodotto che poi spedisci, o un servizio digitale come un software, un corso o un abbonamento, non devi fare né la fattura né lo scontrino. Devi però annotare ogni giorno il totale incassato nel registro dei corrispettivi (art. 24 del DPR 633/1972), distinto per aliquota IVA. Niente da trasmettere: il registro serve a te e al commercialista per calcolare l'IVA del periodo.
Un cliente estero è un capitolo a parte. A un'azienda di un altro Paese europeo con partita IVA valida, di regola, la fattura si fa senza IVA italiana. A un privato di un altro Paese europeo, superata la soglia di 10.000 euro l'anno di vendite a distanza in tutta l'Unione, si applica l'IVA del suo Paese, da versare con il regime OSS. Sono casi da impostare con il commercialista, non da indovinare pagamento per pagamento.
Gli abbonamenti: un documento per ogni rinnovo
Se vendi un software o un servizio in abbonamento, ogni rinnovo pagato è un'operazione a sé. A un'azienda fai una fattura per ogni rinnovo, con la data del pagamento. Per un privato l'importo del rinnovo entra nei corrispettivi del giorno in cui è stato pagato.
È qui che il lavoro a mano esplode: cento abbonati mensili sono cento documenti o cento righe al mese, ogni mese. Un abbonamento che si rinnova da solo dovrebbe documentarsi da solo.
I rimborsi: lo storno giusto
Quando rimborsi un pagamento, il documento originale non si cancella: si storna. Se avevi fatto una fattura, emetti una nota di credito collegata a quella fattura, per l'importo rimborsato. Se l'incasso era nel registro dei corrispettivi, registri il rimborso in diminuzione nel giorno in cui lo fai. Il risultato è lo stesso in entrambi i casi: l'IVA di quella vendita non la paghi.
L'errore tipico è rimborsare da Stripe e dimenticarsi dello storno. A fine anno l'IVA risulta su soldi che non hai più.
Il bonifico di Stripe non è l'incasso
Stripe non ti accredita ogni pagamento: raccoglie gli incassi di qualche giorno e ti manda un unico bonifico, al netto delle commissioni e dei rimborsi. Quel bonifico non è la data né l'importo da registrare. La data giusta è quella del pagamento del cliente, l'importo giusto è quello che ha pagato lui. Le commissioni sono un costo a parte, documentato dalle fatture che Stripe ti manda.
Ragionare per bonifico è il modo più rapido per sbagliare i corrispettivi. Ragionare per pagamento è più preciso, ma a mano richiede di esportare e ricontrollare ogni mese l'elenco delle transazioni.
Un metodo che regge
Riassumendo, per ogni pagamento Stripe la domanda è una sola: chi ha comprato$3
- partita IVA italiana: fattura elettronica;
- privato con codice fiscale che chiede la fattura: fattura elettronica;
- privato senza richiesta, vendita online: riga nel registro dei corrispettivi;
- cliente estero: regola da decidere col commercialista;
- rimborso: storno del documento della vendita.
Con pochi pagamenti al mese si fa a mano. Quando i pagamenti diventano decine al giorno, o arrivano gli abbonamenti, serve qualcosa che lo faccia al posto tuo.
Come ti aiuta Aurea
Aurea si collega al tuo account Stripe con una chiave dai permessi limitati, che può solo leggere. Per ogni pagamento fa quello che hai appena letto: la fattura elettronica alle aziende e a chi la chiede, la riga nel registro dei corrispettivi per i privati, lo storno se rimborsi, rinnovo dopo rinnovo. I casi incerti, come un cliente estero o un pagamento in un'altra valuta, restano da verificare con il motivo scritto. Come funziona lo trovi nella pagina sulla fattura elettronica per Stripe. Se vendi anche con un negozio online, c'è lo stesso per Shopify.
